Max Peef, tutto passa per la fotografia.

Max Peef è fotografo ed art director di lunga data, ma soprattutto uno spirito indissolubilmente unito alla fotografia. Lo abbiamo intervistato spinti dalla curiosità di conoscere a fondo il suo mondo interiore ed il suo lavoro che, pur se ad un primo sguardo può essere ascritto a categorie come il reportage, la foto di moda, la foto pubblicitaria, in realtà rifiuta con delicatezza qualsiasi etichetta fotografica in quanto la sua intera vita è fotografia e la fotografia è vita, restituendoci un punto di vista ottimista del ruolo di questa arte sulla società e sulla crescita personale.

Come è iniziata e come si è sviluppata nel tempo la tua personale storia della fotografia?

Ho oziato per molti kalpa (che sono milioni di anni) fino a che ho deciso di venire al mondo, qui ora e adesso, questo mi ha messo a durissima prova. Karma! Da molto giovane mi sono appassionato agli album di mio nonno Gianni che fotografava mia nonna Fanny in tutte le salse e lavorando a quella che allora era la Salmoiraghi, lui poteva stampare e sviluppare qualsiasi quantità di fotografie desiderasse fare…che meraviglia i suoi album. Era un genio e mi piaceva tantissimo vedere le immagini di questa mia nonna Fanny, già molto bella di suo, fotografata con gli occhi di mio nonno… Tuttavia di come si facesse il fotografo professionista e cosa volesse dire era purissima immaginazione, lui però con lei ci riusciva e per lui, lei c’era. Ma….IMMAGINARE E’ GIA’ REALTA’ e quindi mi sono immaginato di essere io al suo posto, armato di macchine e di estro con una modella come lei che addirittura si arrampicava sugli alberi per farsi fotografare da mio nonno Gianni. Ero certo di una cosa che se un uomo potesse essere ispirato fino a creare delle immagini così belle, allora la fotografia era il mio scopo nella vita. Poi il resto lo ha fatto Milano, la moda la pubblicità, come assistente negli studi quali Superstudio, 117, Loft e compagnia bella. Ma io non mi sono troppo preoccupato di cosa dovessi fare perchè le cose mi succedevano, proprio e solo pensando alla fotografia. Così conobbi Hataguchi Kazunori un fotografo giapponese che oggi vorrei fosse ancora vicino a me. Ricordo che si faceva tutto nel suo studio in Piazza Piola, Città Studi a Milano, still life, moda, pubblicità cataloghi e si usciva in location si scattava e si viaggiava…io ero un assistente e ci mancava che andassi in giro con una divisa a strisce bianche e grigie perché l’inchino lo avevo già imparato… Così dopo che le tecnica mi iniziava ad entrare dentro senza più doverci pensare e cominciavo dopo qualche anno a sostituirmi al mio maestro nella creatività e nella costruzione del concept fotografico, ho deciso con l’aiuto dei miei genitori che mi pagarono il biglietto aereo, di partire per Londra e FARE il fotografo. Ormai era giunto il momento di guardarmi dentro, di fotografare con i miei occhi e diventare farfalla. Pur amando l’ambiente di Milano e grato al mio maestro, era giunto il momento di essere protagonista della mia storia. Lo dico ai miei allievi e ai miei assistenti che ho incontrato e incontro oggi, “credere di essere un fotografo e sapere di essere un fotografo sarà la più grande differenza che accogliendola, vi aiuterà a scegliere per voi stessi” è come essere un bruco e non sapere che presto diventerai farfalla o se non lo sai…resterai bruco se ti rifiuti.

Hai avuto una lunga esperienza nel mondo fotografico della moda e della pubblicità e poi sei passato a fotografare il sociale visto che, per usare le tue parole, la verità della vita ti ha urlato in faccia tutta la sua espressione. Ci sono state modalità espressive che hai appreso nel tuo precedente lavoro e che hai portato con te per meglio raccontare la tua ricerca in ambito sociale?

Tutto si esprime attraverso di Essa. Non ho mai pensato che si potesse fotografare qualcosa identificandosi, anche in quanto persona, in quel qualcosa perchè questo avviene già se non avessi al collo una macchina fotografica; la fotografia era diventato l’unico mezzo per esprimermi liberamente, cosa che con le parole non ero spesso in grado di fare, né con la penna o con pennelli e matite. Ci sono arrivato dopo, quando anche di fronte ai drammi della tratta dei minori in Benin, nel mercato malfamato e insano di Cotonou per conto di Vanity Fair, ho pensato che quello che stessi fotografando in quel momento era reale e che dietro alla tratta stessa dei minori non ci fosse altro che un concetto di “vendita” drammaticamente PUBBLICITARIO, ossia sottomesso al potere, nel mio caso, di una inquadratura per esprimerlo, certamente selettivo ma strettamente legato ai canoni pubblicitari, questo ha fatto la differenza tra esprimerlo a parole ed esprimerlo con un reportage. A proposito quindi di modalità espressive questo escludere e includere nello scatto purtroppo mi ha sempre causato successivamente anche il dramma della scelta. Lo scatto doveva essere perfetto anche in condizioni disperate o pericolose; era la mia regola. Tuttavia la mia presenza e la materia prima del mio interesse mi avrebbero e mi sorprendono sempre, io sono sempre posizionato bene dove voglio essere posizionato. Riprendere solo per il gusto di riprendere o scattare senza una coerente inclusione degli elementi non era concepibile in me stesso. Non posso dire di esserci sempre riuscito anche perchè in Kosovo per esempio mi hanno massacrato di botte per rubarmi il lavoro strappando di mano la macchina fotografica e dileguandosi tra i cecchini serbi. Dico che ero davvero nel posto giusto al momento giusto purtroppo. Per dare ancora un elemento in più di riflessione su ciò che condiziona un reporter con desinenza pubblicitaria è che “il rettangolo” (ho lavorato anche tantissimo in Hasselblad quindi con un quadrato…) ti obbliga a quello che sei sempre stato: un lucido e spietato selettore di elementi. Logica, emozione, talento vengono solo espressi se espressi nella verità.

Hai una lunga carriera anche come Art Director, come si applica la tua personale visione fotografica nel gestire e raccontare le opere altrui?

La fotografia è direzione artistica di per se, dirigi ogni muscolo del tuo corpo per essere in quella posizione e scattare quella fotografia, direi quindi meglio “direzione corporea” più che artistica. Non ho nei confronti degli altri una visione della fotografia perchè commetterei l’errore di sostituirmi al fotografo o nel peggiore dei casi di includere un giudizio arbitrario che invece rappresenta solo ed unicamente il suo punto di vista. Questo è applicabile alla scelta di qualsiasi forma d’arte rappresentativa essa sia. Tornando alla fotografia tuttavia ogni volta che osservo il lavoro di un fotografo, di un artista nel suo genere, esiste in me un solo “movimento”, quello narrativo/emozionale che vuole esprimere e se mi viene chiesto di trovare un fotografo come Direttore Creativo e di un artista come Direttore Artistico, allora lo cerco così nella sua capacità di raccontare. Non c’è opera altrui che possa valere la capacità di raccontare una fotografia se non sia nata da un tuo movimento interiore. Questo è l’unico assioma che mantengo fisso quando devo valutare il lavoro di un fotografo o quando come direttore artistico devo studiare e considerare l’opera di un creatore. Non ho mai voluto dissertare sul lavoro altrui perchè personalmente nutro una forte avversione verso i tuttologi e gli “esperti” che spesso coprono anche cariche istituzionali di rilievo: è anche questo un concetto di vendita che non amo percorrere.

L’impatto sociale dell’arte è oggetto di studi da ormai molto tempo, nel tuo modo di approcciare la fotografia ed il sociale, senti di contribuire a migliorare non solo la consapevolezza ma anche a cambiare un poco il cuore e la visione del mondo di chi osserva le tue opere?

Osservo attentamente cosa producono le mie fotografie nell’Altro. Cerco di ascoltare riflessioni, critiche, osservazioni, spunti e questo è ciò che la fotografia deve poter fare, io seguo il flusso di questo ad onore della creazione di valori. Posso dire che come creativo sento la responsabilità e il dovere di esprimere dei valori che attingendo dalla realtà, nel suo concetto creativo di realtà,(anche l’immaginazione è realtà…)la descrivono e quindi l’esperienza che porto può essere d’aiuto a molti, io stesso mi identifico con le esperienze di vita delle persone e l’ambiente che mi circonda, questo inevitabilmente mi fa da specchio. In Giappone il concetto di ESHO-FUNI è il concetto che esprime quanto l’ambiente ci risponda in base alle nostre scelte e dipenda da me, quindi non c’è da stupirsi se le mie azioni e ciò che faccio siano lo specchio della realtà che vivo. Cito Roland Barthes che attraverso la noemica intende il risultato intenzionale di un atto di coscienza. Quindi quale mezzo migliore per partire da noi stessi per migliorare il mondo che ci circonda?? La fotografia esiste come sfida, come azzardo in cui confluiscono sperimentazioni e ricerche frutto anche di indagini scientifiche nei campi della psicologia, della sociologia della chimica della fisica dell’estetica della filosofia e seppure molti di questi ambiti siano spiegabili appare difficile arrivare ad una definizione precisa e condivisa largamente della sua essenza delle sue funzioni e del suo rapporto con la realtà, con lo spettatore e con l’operatore stesso. I quesiti che la fotografia pone e genera, gli scontri stessi che ne nascono sono il sintomo di una causa interiore che ognuno di noi possiede. Ecco perchè la fotografia, come dice Jhon Szarkowsky in “THE PHOTOGRAPHER’S EYE”, non è tanto un viaggio quanto una crescita. La sua storia consiste nel percorso attraverso il quale ne facciamo progressiva scoperta.

Parliamo ora dei tuoi libri fotografici, frutto di reportage sociali e dell’esigenza di donare un po’ di te stesso non limitandoti al solo fotografare, ma anche ad insegnare fotografia e conoscere personalmente i tuoi soggetti. Quali sono i temi che li accomunano e quali invece i temi caratteristici dei due lavori?

Per costruire un libro non basta scattare milioni di fotografie bisogna che nasca da quel movimento interiore e IL PESO DEL SILENZIO è nato così. E’ uscito nel 2006 quando in una fase del periodo storico evolutivo del virus di HIV nella società l’ Italia era (ed è ancora) un luogo di discriminazioni e pesanti ripercussioni. Io ho deciso di dedicare il mio tempo e molto tempo allo studio e alla realizzazione con ASA di Milano e il Dott. Cernuschi per creare qualcosa che tutt’oggi non esiste; fotografare il coraggio dei malati di HIV in un libro. In questo libro c’è la storia della quotidianità di chi ha contratto il virus e con coraggio oltre a metterci la faccia ci mette la sua storia. Per me è stata una esperienza che ad oggi nel 2023 servirebbe a far capire cosa significa fare comunicazione e quindi (oggi) cerco un editore che lo pubblichi nuovamente, in una nuova veste grafica con i contenuti peraltro solo abbozzati della prima edizione (infatti il mio ex editore che stimo molto proprio per il suo coraggio anche di impegnarsi nella pubblicazione di questa mia idea, ha poi fallito…). Conoscere personalmente i soggetti è proprio la questione principale: conoscere quindi ascoltare per capire. La fotografia ci permette di evitare discorsi perchè obbliga all’ascolto allo studio e alla conoscenza. Tutto nasce dall’ascolto. Oggi si ascolta poco… ora le registrazioni le testimonianze a le fotografie aspettano un nuovo Natale. Altro libro, TESTA O CROCE è invece stato il mio viaggio in quell’Africa che mi ha aiutato ad apprezzare maggiormente quello che abbiamo qui e che troppo spesso diamo per scontato: come accendere una luce da un interruttore o avere un frigo pieno di cose buone, o non buttare via acqua inutilmente. È stato doloroso perché quel mondo è a 8 ore di aereo da noi. Oggi ancor di più lo vediamo anche sulle nostre coste italiane dove la tragedia continua a essere. Lo alimentiamo noi con le scelte che continuiamo a fare senza imparare mai nulla dalla storia… Ce n’è uno di libro passato anch’esso inosservato (a proposito anche di questo posso davvero rilanciare l’attualità e il valore di un nuovo Natale) intitolato LE DONNE COME ME che racconta da vicinissimo, in un ritratto, una donna splendida che sta facendo parlare la storia: Maram al Masri poetessa siriana. Brevemente questa introspezione fatta in pochi giorni con questa poetessa ha fatto uscire in me quegli aspetti che in una sua poesia intitolata proprio LE DONNE COME ME (da qui la scelta del titolo) hanno esteriorizzato l’aspetto “femminile” interiore che ogni uomo ha. La poesia di questa artista ha fatto il lavoro che oggi mi chiede di essere pubblicato! Quello che accomuna tutto questo è la mia crescita personale unita anche alla consapevolezza di me stesso attraverso la fotografia. Parlo di questo a chi volesse ascoltarmi.

Nel tuo sito è possibile acquistare alcune tue opere fotografiche, la cui stampa è personalmente curata dall’autore. Ci ha colpito il fatto che ogni stampa sarà accompagnata dalla storia che si cela dietro quella fotografia, questo è un tema molto caro a Discorsi Fotografici, quanto è importante secondo te descrivere il contesto di una fotografia ed affiancarlo all’immagine?

La stampa delle mie opere è certamente seguita da me in modo estenuante ma da sempre affido la mia espressione fotografica ad un unico esperto, Giancarlo Vaiarelli, che mi ha visto nascere. Venendo alla diatriba delle captions questa coinvolge il mio altro senso: quello della responsabilità. Ne parlavo prima quando attribuisco la mia responsabilità alla mia espressione artistica. Ognuno di noi può comunicare cose che vede attraverso la macchina fotografica ma non tutto è possibile esprimere in quello stesso scatto. Bisogna anche saper contestualizzare una fotografia che ha la sua storia. E’ un discorso che ha a che fare con la verità. Si può ricreare una situazione in studio anche delle più drammatiche… il fotografo scatta sempre una fotografia. Io ho preferito rischiare la vita laddove anche molti colleghi lo hanno fatto perdendola. Mi viene in mente Maurizio Baldoni di cui condivido lo spirito in ogni movimento per la verità, peraltro io ho avuto come maestro anche un suo compagno di viaggio, Mr. Lele Panzeri. La storia di una fotografia è lo studio che c’è dietro per arrivare a farla. La sua storia è prima durante e dopo. Perchè la fotografia ha una caratteristica in sé, quella di essere una profezia, anche se scatta mentre succede. Una profezia è un movimento che nasce da un prevedere attraverso un atto soprannaturale e dato che io credo nella divinità interiore degli esseri umani noi siamo tutti profetici: altrimenti come si spiega il corso e il ricorso della storia? I corsi e ricorsi dell’arte stessa? Sappiamo perfettamente ciò che ci distruggerà e ciò che invece ci salverà: dipende solo da noi mettere in atto quelle azioni per cui il mondo cambia. Ognuno con il suo esempio. La fotografia in questo ce lo sta dicendo ad altissima voce: la tua esperienza è quella che a molti cambierebbe la vita. Pur essendo un movimento artistico tutto sommato storicamente recente. Siamo Noi capaci di descriverci per quello che siamo realmente? La fotografia sono convinto che ci aiuta in questo processo di crescita. Consiglio: cerchiamo solo di restare e agire come esseri unici!

Nell’osservare il tuo lavoro fotografico si riesce a percepire una grande positività nei confronti dell’esistenza, anche quando i temi sono forti; si può quindi combattere la recente tendenza, soprattutto nel fotogiornalismo, di raccontare un mondo sempre in emergenza, teso, cupo e disperato?

Sono consapevole che per affrontare qualsiasi tematica bisogna mettersi in discussione noi per primi. Questo lo facciamo attraverso la fotografia perchè come dice Roland Barthes ne “La Camera Chiara” quando “spariamo” una fotografia il “rinculo” lo subiamo noi stessi per primi. Dico questo perchè non si può prescindere dal fatto che in questo periodo storico molti valori umani siano quotidianamente messi in discussione a volte calpestati; tuttavia nella stessa notizia (se di fotogiornalismo parliamo) esiste il veleno e la medicina, esiste la soluzione stessa del problema. Chi è in grado di far vedere e di suscitare nel suo racconto le domande per trovare così anche le soluzioni sarà in grado di creare valore. Il fotogiornalismo attinge dalla realtà altrimenti non sarebbe tale, ma la realtà la cerchiamo noi fotoreporter, non dimentichiamolo. Io credo che spesso diamo troppo spazio mediatico a soggetti e a storie che non lo meritano assolutamente e con questo voglio dire che spesso è lo spazio mediatico stesso ad essere merce di scambio. La notizia, il reportage, è lo spazio in cui noi entriamo, ma ci chiediamo se lo spazio in cui entriamo ha veramente necessità di essere comunicato in questo modo? Il reportage, in alcune rare volte, mi è capitato anche di vederlo laddove non esisteva neppure. Il mondo è il meraviglioso pianeta su cui siamo ospiti, ognuno ha diritto di vivere come le sue tradizioni e culture lo hanno accolto e in cui abbiamo scelto di vivere, io amo più definire come l’ambiente in cui viviamo il parco giochi da cui attingiamo per i nostri reportage. Una coscienza globale non è utopia se si basa sul principio del rispetto e non sul principio dello sfruttamento. Ai giovani che usano la fotografia per esprimersi dico: “chiediamoci sempre perchè scattiamo questa fotografia perchè la risposta è già dentro di noi”.