Giovanni Marrozzini. “Vorrei tanto che la fotografia entrasse nelle case attraverso il semplice voler leggere”

Giovanni Marrozzini, classe 1971, è originario di Fermo dove vive ancora oggi.

Ha realizzato numerosi reportage in Africa (Zambia, Kenya Tanzania, Etiopia), in Centro e Sud America, nei Balcani e in Medio Oriente affrontando, tra gli altri, temi come malnutrizione, malaria, disagio mentale, immigrazione, HIV. 

È un fotografo per cui è fondamentale il saper raccontare ed è importante il legame tra fotografia e letteratura. 

All’inizio del 2019 collaborando come docente per Festivaletteratura e Fondazione Palazzo Te, ha organizzato, insieme all’associazione Frammenti di Fotografia, un workshop sul racconto fotografico della durata di un mese a Palazzo Te, a Mantova.

Ha vinto numerosi premi nazionali e internazionali. 

Come e quando è nato il tuo rapporto con la fotografia? 
Questa è una domanda fondamentale, ma che richiederebbe una settimana di ferie. Non nasco fotografo, non ho mai avuto la passione per la fotografia, tutt’ora non ho la passione per la fotografia, il fatto che mi riesca bene è un valore aggiunto, mi piace tantissimo guardarle dopo. 

Ero uno studente di ingegneria nucleare a Bologna. Un giorno ebbi un gravissimo incidente stradale che mi costrinse a un’immobilità prolungata di otto mesi in ospedale a cui seguì un altro anno e mezzo per il recupero. Lì fu il tracollo, ho cambiato strada.  

Mia sorella, un medico, mi chiese se volessi dare una mano nelle missioni in Africa, facendo qualche scatto, documentando la loro attività. Io venivo da un periodo difficile, oltre all’ immobilità prolungata, avevo perso il lavoro. Mi ero inventato un mestiere che potrebbe sembrare affine alla fotografia ma, dal mio punto di vista, non lo era. Facevo l’editore, avevo fondato una rivista di arte e cultura su Bologna che si chiamava “Village”. Dopo tre numeri fui costretto a venderla a causa dell’incidente. Partii dunque per l’Africa, mi portai una macchina fotografica e fotografai con un piglio assolutamente sorpreso, quale dovrebbe essere ed è nella maggior parte dei casi, quello delle persone che si recano per la prima volta in un continente del genere.  

Stavo male, ma provavo un senso di pace nell’accorgermi che c’erano persone che stavano peggio di me che credevo di aver perso tutto. Allora non lo dicevo questo, ora invece si perché non mi pesa più.  Iniziai a fotografare, mi immolavo, non avevo più paura di morire perché ero già stato su quel confine. In Africa lavorai per diverse ONG gratuitamente. Contrassi la malaria cerebrale e fui vicino alla morte un’altra volta. Il legame con questo paese fu dunque molto forte.  

I lavori che avevo prodotto erano confusi perché non avevo nessun tipo di criterio, nessun tipo di consapevolezza riguardo a cosa significasse fotografare e raccontare una storia con la fotografia. 

Fotografavo, testimoniavo che ero lì, facevo vedere che io ero lì, gli altri con le loro storie dopo.  

Le proiezioni organizzate servivano per raccogliere fondi e la prima mostra, casuale e non meritata, ne raccolse parecchi. Decisamente sorpreso pensai di aver trovato un’altra via per risollevarmi e dare un nuovo senso della vita. Su invito di una persona che mi contattò dopo una proiezione a San Marino, venni a conoscenza di alcuni concorsi e letture portfolio a Savignano sul Rubicone. Era il 2004. Cercai su internet la parola portfolio. Avendo iniziato a fotografare a 32 anni, non avevo proprio idea di cosa fosse. 

Il mio unico lavoro era l’Africa. Avevo fotografato parchi e animali, avevo censito bambini orfani e qualche scena di vita quotidiana. Mi sono detto prendo un po’ qua e un po’ là, mescolando bianco e nero, colore, foto panoramiche, un puttanaio – puoi scriverlo -. 

Credevo di essere l’uomo che aveva cambiato il mondo con la fotografia, mi ritrovai invece con dei giudizi severi perché le foto non avevano nessun criterio. 

Man mano che le mie fotografie erano criticate con senso e logica, io riuscivo a capire. Strappavo le foto, le strappavo davvero, non davanti a loro perché altrimenti sarei già diventato molto famoso. Le strappai vicino ai cestini dell’immondizia.  

Era un gesto liberatorio, toglievo dalla mia testa tutto ciò che non avevo capito mentre strappavo la foto della giraffa bella, certo, ma insignificante. Così rimasi con pochissime immagini e le parole della fidanzata di allora, ora mia moglie, che vedendomi mogio e triste mi chiese se volessi davvero fare il fotografo pur sapendo fare un sacco di altre cose. Io mi incaponii, guardai tantissimi lavori e nel giro di pochi giorni capii cosa significasse la parola portfolio, cosa volessero da me e che forse possedevo quel materiale. Non l’avevo riconosciuto perché non sapevo dove cercarlo. 

L’anno seguente partecipai di nuovo, ebbi moltissimi riscontri con mia grande sorpresa e felicità. Sono gli anni dei concorsi. Partecipai al Premio Internacional Luis Valtueña a Madrid, il primo anno fui selezionato tra i primi dieci, quello successivo vinsi. Quando vidi dietro di me alcuni fotografi della Magnum, ho iniziato a pensare di poter raccontare qualcosa.  

Smisi subito di partecipare ai concorsi perché richiedono molto lavoro. Ho iniziato tardi, sono nato disilluso, ero già pieno di cicatrici e non avevo voglia di perdere tempo con cose che non mi interessavano. Da appassionato di letteratura mi sono messo a studiare il legame tra le due, tra la fotografia che considero una disciplina perché si prende cura dello sguardo in continuo mutamento e un’arte come quella dello scrittore. Secondo me la fotografia è un atto artigianale. L’insieme delle fotografie cela forse qualcosa che si avvicina all’arte, una sola fotografia ancora no. La necessità di legare sempre le immagini alle parole, di leggere sempre di più, mi ha spinto fin da subito a perseguire questa passione legandola alla fotografia. 

La mia ricerca con “Hotel Argentina”, un lavoro che non completerò mai, mi è servita per presentarmi al mondo amatoriale e successivamente a quello professionistico. È il racconto di questo grandissimo paese immaginato come un gran hotel dove entrando in una stanza trovi un racconto fotografico oppure una storia scritta. C’era già in me la voglia di raccontare questa storia insieme a una scrittrice o a uno scrittore, possibilmente sudamericano per avere un’affinità con le sue parole. Solo i sudamericani nati in Sudamerica riconoscono quel sentire profondo che li accumuna con un paese da sempre. Anche dopo la morte continuano a vivere sudamericano. Per noi è realismo magico. 

Questo progetto che nasce con racconti di tre foto ha un riscontro importante, vince dei premi. Stiamo parlando del 2006. Impiegai un anno a editare le foto cioè a legare le fotografie un po’ come se si riconoscessero tra loro a livello empatico. Le fotografie possiedono delle caratteristiche che le rendono sinonimi. Non spiego nulla, ognuno riceve da questa narrazione quello che più si confà al suo sentire come un dono completamente aperto. 

Mancava lo scrittore, manca ancora lo scrittore, i prossimi anni forse lo troverò. 

Ho scattato tantissime foto, ho 390 rulli da 36 e ho un diario dove scrivo che il rullo numero 7 contiene la foto numero 22 che potrebbe stare bene con la foto numero 5 del rullo numero 129 per questa affinità a cui accennavo prima. Mi piacerebbe tantissimo vivendo, pensando e guardando ora in funzione dei miei figli non finire mai davvero questo lavoro, lasciando loro un rebus. Dovranno andare a cercare tutti i collegamenti che ho fatto con le immagini, dove sono stato e perché. Magari avranno lo stimolo per rivivermi attraverso il mio lavoro, giustificando in parte le mie lunghe assenze fatte per raccontare le storie di persone sconosciute. 

Hotel Argentina non vedrà mai la fine per mia scelta. 

Nel tuo lavoro c’è una fortissima connessione tra fotografia e parola. Questo legame ha trovato espressione anche in Parolamia, un progetto culturale che tu stesso definisci sogno. Vuoi raccontarci questa esperienza basata sul baratto? 
Ho sempre comprato moltissimi libri perché adoro leggere. Non vendendo le mie foto, volutamente, ho pensato di scambiarle con i libri. Mi sono inventato questo sistema: stampare le fotografie in un formato standard, 18 per 24, chiedere a scrittori e poeti una recensione scritta delle mie immagini indicandone solo luogo e anno, stampare un certificato di autenticità. Acquistando tre libri presi da una mia lista, in collaborazione con la libreria Hoepli di Milano, si riceve la stampa con la recensione scritta. Quando proposi questa idea mi si chiese perché non mi facessi dare direttamente i soldi. A me interessavano i libri, non i soldi. Nonostante lo scetticismo iniziale, questo esperimento fu tentato. Nei primi 42 minuti vendetti 200 libri. 

Ho dedicato una settimana al mese a selezionare i libri che desideravo, oggi ne possiedo 5.400 senza considerare quelli che ho mandato in Italia e all’estero in luoghi dove servivano o dove era necessario creare biblioteche itineranti. 

Non ho frequentato una scuola di fotografia, non ne avevo la possibilità. La mia scuola sono i libri. Le fascinazioni, i sogni, i progetti, le fantasie le ritrovo in tutti i libri letti e in quelli che potrò leggere in futuro.  

da “Eve, Etiopia”, 2006 – ©Giovanni Marrozzini

Continuiamo a parlare di libri e di sogni. È uscito proprio in questi giorni “Viaggio sul Fiume Mondo. Amazzonia” per Mondadori. Una storia raccontata a quattro mani da te e da Angelo Ferracuti. Cosa ci puoi rivelare? 
Avevo sempre desiderato navigare il Rio delle Amazzoni. Aveva folgorato la mia fantasia da ragazzino e dopo i 35 anni ho iniziato a realizzare i miei sogni. Questo era uno di quelli. Nel 2015 l’ho percorso dalla foce alla sorgente, contro corrente per assecondare la mia corrente, quella lenta che mi ha permesso di andare in parecchi posti. 

A seguito proprio di Parolamia, parlando con Ferracuti, gli descrissi questo viaggio soffermandomi su una radio politica che tutelava e difendeva l’idioma Kokama in Perù. Ferracuti mi disse che avrebbe voluto raccontare anche lui questa radio, che sarebbe stato interessante scrivere una serie di articoli su questa zona sempre più sotto i riflettori per via dell’inquinamento. Così è nata l’idea di questo progetto. 

Io feci il primo viaggio ma insieme siamo andati più volte in Venezuela con i cercatori d’oro, dagli Yanomami con un volo interno camminando scalzi nella foresta allagata per sette ore. 

Ferracuti realizzò un reportage d’inchiesta molto forte relativo alle problematiche presenti in Amazzonia, la tratta delle minoranze etniche intesa anche come prostituzione minorile, l’inquinamento, l’oro, l’inquinamento a seguito della ricerca dello stesso oro perché il mercurio viene usato per dissociarlo dagli altri metalli. Questo significa intere aree deforestate e inquinate per sempre. Io invece diedi un taglio molto più mitologico. Mi sono appassionato fin da subito ai miti della creazione dei popoli amazzonici e quindi studiai testi di antropologia. Si disvelavano storie meravigliose. Mi sono incantato. 

Dal mio punto di vista questa è la prima condizione per raccontare con la fotografia. Forse abbiamo addormentato il nostro rapporto con la mitologia, con i miti. Forse con tutti i problemi che abbiamo oggi un dio non basta più.  

Mi facevo raccontare le storie riguardanti la creazione e insieme a loro ricreavo queste situazioni sognanti che essi stessi vivevano in prima persona e ritenevano più importanti rispetto alla classica foto. Per loro quella era la vera fotografia in grado di rappresentare il loro mondo e di questo mi erano grati. Mi chiedevano di fare la fotografia della piuma dell’uccello o del grido del bambino quando piange per vedere finalmente che le urla di loro figlio cacciano i demoni dalla foresta. 

Così è come se la fotografia cambiasse d’abito e di fronte a tanta bellezza, a quello che rappresenta, me ne innamoro. Allora mi sento contento di fare questo mestiere e la fotografia mi appassiona. È una questione puramente magica in cui c’è un’affinità elettiva tra il luogo, la persona da raccontare e me stesso. Devo entrare nella foto ma devo andare via nel momento preciso in cui la foto viene scattata. Per essere sicuro di non rovinare loro la scena metto i soggetti quasi sempre al centro. 

Non potevo certo accostare delle fotografie di reportage alle parole di uno scrittore tagliente, preciso e raffinato. Sarebbe stato un suicidio per la fotografia quindi mi sono spostato da un’altra parte. 

Le mie fotografie sono più un tratto onirico, sognante, mitologico di quelli che sono i loro sogni. Anzi rappresentano l’immaginario violato. 

È un immaginario violato quello delle popolazioni amazzoniche e africane, violato dalla nostra cultura, dai nostri atti di fede, violato a tal punto che progressivamente sparirà. La vera colonizzazione passa dalla mancanza di interesse perché la nostra cultura è più importante della loro ridotta a folklore. La colonizzazione è non credere, è sottovalutare il loro mondo magico di cui invece avremo bisogno perché ci stiamo completamente disumanizzando nell’accezione più completa della parola. Ci manca completamente la spiritualità e questo genera dei vuoti. 

Non comprendiamo nemmeno più certi sforzi, certi sacrifici, certi sogni. Per toccare un tema caro a molti, quello dei fenomeni migratori, pensiamo ai Siriani che a seguito della guerra attraversano d’inverno i fiumi congelati con i bambini portati a spalla o all’interno delle valigie. Quelli che non sopportano queste persone sono quelli che invidiano il loro coraggio. Trovo sia un atto dovuto al senso forte dell’umanità rivolgersi al non reale con la stessa convinzione con la quale guardiamo le cose che ci appaiono invece come reali. 

Così per me la fotografia, quando diventa questo, diventa un punto di domanda. Se ti avvicini a quel genere di fotografia la guardi e subito pensi, ti domandi, ti interroghi. 

Il mio sogno più grande è quello di morire stanco. 

Il lavoro sull’Amazzonia è stata una scelta ponderata, non volevo assolutamente realizzare un libro di fotografia fine a sé stesso o soltanto di fotografia perché sarebbe finito nel mondo della fotografia. 

Desideravo un taglio nuovo, ma è già stato fatto nella storia, legare il racconto fotografico a un pubblico non necessariamente amante della fotografia, al pubblico della letteratura. Abbiamo creato nel libro un capitolo che avesse la stessa valenza dei capitoli dello scrittore. 

Una narrazione uguale. Chi acquisterà il libro potrà leggere il racconto fotografico in maniera diversa ma con la stessa intensità e desiderio di come leggerà la parte scritta. Vorrei tanto che questo libro finisse nelle mani di tantissimi lettori. Vorrei che la fotografia entrasse nelle case attraverso il semplice voler leggere e non il custodire o collezionare immagini. 

Molti titoli dei tuoi progetti fotografici, ad esempio “Itaca” oppure “Ti Canto a me Val di Fiemme” riprendono o rimandano all’epica. Ti senti più un Omero o un Ulisse?  
Il secondo credo, il mio archetipo è forse Nessuno.  

Sono sempre in giro, sono molto curioso. Spero di non finire facendo quelle tre giravolte in mezzo all’oceano. Mi piace comunque che sia finito all’Inferno. 

da “Echi”, Argentina 2007 – ©Giovanni Marrozzini
da “Ti canto a me, Val di Fiemme”, 2014 – ©Giovanni Marrozzini

Tu sei un freelance dal 2003. In che modo finanzi i tuoi progetti? 
Lo faccio attraverso workshop fotografici on the road oppure stanziali aperti a tutti, neofiti e non. 

Vere e proprie lezioni di fotografia a volte con un approccio più intimista, a volte documentaristico, a volte interpretativo. Cerco di aiutare a raccontare una storia con la fotografia. Mi finanzio anche attraverso lavori a lungo termine con ONG o enti. Ora sto collaborando con il consolato di Bahia Blanca e con l’Istituto Italiano di Cultura di Cordòba in Argentina che mi ha commissionato un progetto immenso sull’immigrazione italiana in quel paese nelle sette province del nord, mi mancano quelle del sud. Riprendo dunque un lavoro che feci nel 2007 e che considero oggi il più importante che abbia mai fatto “Echi” insieme all’Amazzonia, ma lei è appena nata, vediamo che succede. 

Se non fossi un fotografo chi saresti? 
Un giardiniere. Mi sarebbe piaciuto avere una piccola attività e prendermi cura delle piante. Non i fiori, però, perché la loro fragilità mi imbarazza. 

Quando ho un po’ di tempo me ne occupo, parlo con loro regolarmente. Ne ho appena trapiantate alcune che provengono dalla Turchia e dalla Sicilia con la speranza che poi crescano. 

Confido che ci riusciranno. 

Valeria Valli

http://www.marrozzini.com/