La necessità di raccontare: intervista a Mattia Vacca

Gli ultimi quindici anni hanno visto la fotografia di reportage vivere notevoli difficoltà dovute essenzialmente allo squilibrio della regola domanda/offerta. Il declino dell’editoria sommato all’aumento della proposta fotografica ha messo a dura prova un intero sistema.
Ma chi si interessa seriamente di fotografia può testimoniare quanto l’Italia sia luogo fertile per schiere di giovani fotoreporter che hanno freschezza e personalità, oltre che forti doti autoriali. Caratteristiche fondamentali che consentono di emergere all’interno del panorama mondiale.
Uno di questi è Mattia Vacca, umile, caparbio e resiliente fotografo che in pochi anni ha saputo ottenere i favori della critica, a colpi di reportage di assoluto valore. Testimonianza sono i numerosi premi e riconoscimenti che gli sono stati assegnati.
Uno stile asciutto ma denso di significato, svincolato dalla ruggine stantia del classico reportage, unito ad una ricerca meticolosa di storie nascoste ma necessarie da raccontare, ne hanno decretato il successo.
Sono riuscito ad intercettare Mattia nel bel mezzo di una delle sue trasferte di lavoro all’estero, ed è stato molto disponibile tanto da trovare il tempo per uno schietto scambio di battute attorno al suo lavoro.

Qual è la tua personale storia della fotografia?

Ho iniziato a scattare in pellicola nel 1998, il primo anno di università, avevo la mia camera oscura e amavo moltissimo il lato artigianale di questa professione.Nel 2006 ho iniziato a lavorare come professionista in cronaca al Corriere di Como e dopo meno di un anno ho iniziato a collaborare quotidianamente con il Corriere della Sera dove per i successivi dieci anni mi sono occupato prevalentemente di cronaca nera e politica. Da quattro anni sono freelance.

S’ Ardia. Mattia_Vacca©

Quanto e come i tuoi studi hanno formato la tua visione fotografica?

Sono laureato in Scienze della Comunicazione, direi che sicuramente gli studi umanistici sono una buona base per chi si vuole occupare di giornalismo. Ho una specializzazione in cinema e giornalismo e l’aspetto che ha influenzato maggiormente la mia visione credo sia la smisurata passione per il cinema.

The last days of Doukhobors. Mattia_Vacca©

Stai girando il mondo grazie alla fotografia, ma molto spesso dimentichiamo le innumerevoli storie che meritano di essere raccontate proprio accanto a noi. Come nel caso del progetto che ti ha aperto le porte al pubblico europeo: “A Winter’s Tale“. Ti aspettavi tanto successo? Con che spirito rivedi oggi quelle immagini?

Nell’ultimo anno ho preso 24 aerei e sto viaggiando parecchio, ma sono anche io convinto che non sia necessario andare in luoghi esotici per realizzare storie interessanti.
In realtà questa cosa l’ho imparata presto perché anche il primo progetto indipendente di successo che ho realizzato era scattato in Italia, in Sardegna e ha vinto un Sony Award e sicuramente è il mio lavoro più premiato. Il lavoro sul carnevale di Schignano è il mio long term project e sta continuando senza sosta da dieci anni.
È nato con l’ idea di realizzare il libro che ho pubblicato nel 2014 dopo i primi quattro anni di lavoro, ma non ho mai smesso di portare avanti questa storia anche perché da qualche anno riesco regolarmente ad ottenere assignments da riviste estere che mi permettono di continuare a lavorarci. Non mi aspettavo assolutamente un simile successo, è uscito dai circuiti classici del fotogiornalismo, è stato esposto in tutto il mondo, anche alla Biennale d’arte di Kaunas e il lavoro oggi si è evoluto molto rispetto all’editing del libro.

A Winter’s Tale. Mattia_Vacca©

Altro progetto di assoluto valore è “Confine” che racconta storie di immigrazione. Momenti delicati e drammatici, avvenuti in una città “transito” verso mete più a nord, ma che di fatto si è dimostrata un muro. Ce ne vuoi parlare?

 

Como è una città di confine che a lungo ha dimenticato cosa significasse questa condizione. Per anni il confine con la Svizzera ha rappresentato solo la frontiera con migliori condizioni economiche. Una frontiera rassicurante, sostenuta come tale anche dal generale tradizionale benessere di Como e del suo lago. Nel 2016 la realtà ha fatto irruzione in città: Como convinta di non farne parte, si è a lungo sentita protetta nella sua condizione borghese da ogni possibile irruzione del reale. La crisi dei migranti avveniva altrove: in mare, a Lampedusa; nei Balcani, in Grecia.
Nel luglio del 2016 quando, bloccato il confine del Brennero, chiusa Ventimiglia, Como ha riscoperto di trovarsi in mezzo a due confini e di essere territorio di passaggio verso il Nord Europa.
Da quell’estate Como è tornata a essere confine a tutti gli effetti, e un confine vero. Respinti dalla frontiera sigillata (e protetta da un drone con sensori di rilevamento del calore) della Svizzera nell’intento di andare in Germania o ancora più a Nord, centinaia di migranti si sono ritrovati bloccati nella stazione di Como S. Giovanni e nel suo parco, rimbalzati indietro lungo il loro tragitto. Nel corso di quelle settimane la popolazione del campo è cresciuta fino a raggiungere le cinquecento unità e la stazione e il suo parco sono diventate un campo profughi lungo un confine identico a quelli che Como riteneva distanti e alieni. I migranti hanno portato a Como il reale del nostro contemporaneo e questo libro vuole dare forma a quella testimonianza: non è un photobook classicamente inteso, né un prodotto giornalistico classicamente inteso. La sua genesi è stata collettiva e il crowdfunding che ha portato alla sua realizzazione è la continuazione di quella “narrazione collettiva” contenuta nelle sue immagini, nei suoi testi e nel suo progetto grafico.
S’Ardia. Mattia_Vacca©
Entrambi i progetti sono divenuti un libro, Winter Tale nel 2014 e Confine nel 2018, grazie alla tua idea di creare una casa editrice indipendente Delicious Editions e delle campagne di crowdfunding. Come si è rivelata questa esperienza? Credi che oggi, per un fotografo che voglia pubblicare un libro, sia l’unica possibilità?

Non è l’unica possibilità, esistono ancora editori seri, ma la situazione del settore fa si che sia molto più semplice e immediato realizzare un libro in self-publishing e che sia l’unico modo che ha l’autore di mantenere il totale controllo editoriale sull’opera.

La mia esperienza è decisamente positiva, Confine è andato esaurito in meno di un anno, A Winter’s tale aveva una tiratura importante e me ne rimangono solamente un centinaio di copie. E’ evidente comunque che non ci si arricchisca con i libri fotografici e che il lavoro di produzione, promozione, distribuzione sia lungo e complesso, ma amo i libri, soprattutto i photobooks autoprodotti e A winter’s tale oltre ad aver spinto il lavoro sul carnevale in modo impensabile mi ha dato soddisfazioni incredibili se penso alle collezioni, musei, bookshop, festival in cui è presente.

A Winter’s Tale. Mattia_Vacca©

Attualmente lavori per l’agenzia Prospekt Photographers, che conta fra le proprie fila fotografi pluripremiati e che si occupa di progetti fotografici a lungo termine. Quanto è importante per un fotografo trovare dei partner che credono nel tuo lavoro e ne valorizzano la tua visione?

 

Prospekt è una grande famiglia e per me è stato un traguardo importante. Ho sempre lavorato da solo, ma innanzitutto è importantissimo il confronto, sia sulla definizione di progetti e storie, sia per quanto riguarda l’editing e poi ci interessa sempre di più lavorare a nuovi progetti collettivi.
Lo scorso anno con il Corriere della Sera abbiamo realizzato il progetto “ 100 giorni in Europa” una serie di 30 reportage web doc dai 28 paesi membri in vista delle elezioni europee, ed è un metodo di lavoro che ci interessa molto portare avanti.

Srebrenica. Requiem for a dream. Mattia_Vacca©

Nella monografia su Berlino di The Passenger, periodico edito da Iperborea che si occupa di viaggi in una prospettiva differente dal resto dell’editoria, fanno capolino le tue immagini. Un matrimonio davvero riuscito. L’idea già ottima di affrontare temi sociali, politici, culturali si sposa felicemente con un lavoro autoriale che ne sottolinea l’esclusività. Ce ne vuoi parlare?

Ti ringrazio! A questo progetto tengo molto perché sono da sempre un fan della casa editrice Iperborea e perché Berlino è la città che amo e nella quale vorrei vivere. The Passenger è un prodotto editoriale curatissimo in ogni aspetto e i testi sono di livello molto elevato come la grafica, le illustrazioni e a breve uscirà anche l’ edizione internazionale in inglese distribuita in tutto il mondo.

È stata una sfida perché, se da una parte si tratta dell’assignment dei sogni nel senso che ogni fotografo parte con gli articoli scritti dagli autori e li illustra come preferisce, dall’altra parte è estremamente complesso lavorare su undici storie contemporaneamente. Normalmente cerco di calarmi il più possibile nelle situazioni per seguire il più a lungo possibile una storia, in questo caso per forza di cose bisogna avere una visione complessiva della città e delle storie da raccontare e aggiungere quotidianamente tasselli ad ogni articolo lavorando parallelamente a più storie.
The forgotten war of Nagorno Karabakh. Mattia_Vacca©

Parliamo di concorsi. Uno dei più famosi al mondo ha dato una severa stretta ai regolamenti per via di qualche inciampo avvenuto nelle ultime edizioni. Qual è secondo te il margine interpretativo del reportage?

 

Più che una stretta recente direi un cambio di direzione nel senso opposto nel senso che il code of ethics è in vigore già da alcuni anni e sono assolutamente d’accordo nel sottoscriverlo ed applicarlo ad ogni mio lavoro. E più che inciampi in alcuni casi li chiamerei comportamenti deontologicamente scorretti.
Quello che è avvenuto recentemente è invece un’apertura alle nuove forme di narrazione e interpretazione.
Il nuovo concorso storytelling permette una visione più interpretativa del racconto e siccome è chiaramente dichiarata secondo me è corretta.
Sono estremamente interessato alle nuove forme di fotografia documentaria che si avvalgono di still life, archivi, grafica per raccontare anche temi importanti. Ma la realtà non può essere falsata, messa in scena, postprodotta altrimenti viene meno il senso stesso della professione del reporter come testimone, il margine interpretativo del reportage inteso in senso classico secondo me si deve limitare a cosa il fotografo decide di inquadrare e una lieve postproduzione di luci, toni e contrasti.
The last days of Doukhobors. Mattia_Vacca©

Come vedi la situazione fotografica in Italia?
 

Dal punto di vista della produzione la situazione la vedo magnifica e incredibilmente florida.
I fotografi italiani da sempre sono tra i più rispettati e spaccano in tutto il mondo e le giovani leve stanno innovando il racconto in modo eccellente.
Purtroppo dobbiamo stendere un velo pietoso sulla situazione generale dell’ editoria italiana che dovrebbe essere il nostro principale committente. L’offerta è sempre al massimo, la domanda ormai inesistente.
Mattia_Vacca©

Qual è il reportage a cui sei più legato e perché?
 

Al momento ovviamente sono legato all’ultimo che ho realizzato in Tanzania il mese scorso perché sto ultimando l’editing e non vedo l’ora di vederlo pubblicato.
Tendo a vivere molto intensamente le storie che racconto e di conseguenza rimango legato alle situazioni nelle quali mi immergo. Quindi sono legato ad ogni lavoro in modo differente…ed è ovvio che il lavoro sul carnevale sia quello che ha impattato maggiormente sulla mia vita.
Sono soddisfatto del lavoro sulle giovani reclute che ho scattato nelle foreste della Lituania perché la storia è stata una buona idea e sono riuscito a partire i primi giorni di addestramento e sono stato l’unico fotografo internazionale a coprire questa storia.
The forgotten war of Nagorno Karabakh. Mattia_Vacca©

A cosa stai lavorando in questo momento?
 

In questi giorni in realtà sto collaborando come direttore di produzione ad una produzione televisiva per un documentario della televisione franco-tedesca Arté. La produzione ha visto il mio lavoro “A Winter’s tale” pubblicato sull’edizione tedesca di GEO e ha deciso di realizzare un importante documentario sul carnevale di Schignano.
Spero a maggio di tornare in Georgia per portare avanti il lavoro sull’etnia in via di sparizione Doukhobors e ho due proposte interessanti in Africa che sto valutando.
Mattia_Vacca©
The forgotten war of Nagorno Karabakh. Mattia_Vacca©

Potete seguire il lavoro di Mattia Vacca a questi link: