Steve McCurry si racconta in occasione del ritorno di “Icons” in Italia

Torna in Italia, anche in questo drammatico e complicato 2020, “Icons” di Steve McCurry.

La mostra è curata da Biba Giacchetti (intervistata da noi qui), e promossa dal Comune di Cagliari – Assessorato alla Cultura Spettacolo e Verde Pubblico. Inoltre è organizzata da Civita Mostre e Musei SpA, in collaborazione con Fondazione di Sardegna e SudEst57, ed è visitabile fino al 10 gennaio 2021 presso il Palazzo di Città.

L’esposizione si compone di circa 100 fotografie e propone ai visitatori un lungo, strutturato e simbolico viaggio nella poetica di Steve McCurry, membro della storica agenzia Magnum Photos fin dal 1986.

Sono presenti gli unici scatti in bianco e nero dell’artista, realizzati tra il 1979 e il 1980 nel suo primo reportage in medioriente; la famosissima Sharbat Gula, la ragazza afgana che McCurry ha fotografato nel 1984 in un campo profughi in Pakistan, diventata icona assoluta della fotografia mondiale.

Steve McCurry in Afghanistan, 1980

Dall’India alla Birmania, dal Giappone all’Africa, fino al Brasile, Steve McCurry, in quasi quarant’anni di attività, ci ha permesso di conoscere da vicino le condizioni sociali di svariate etnie del mondo, irrimediabilmente destinate a grandi cambiamenti, mettendo in evidenza una umanità fatta di sentimenti universali e di sguardi dignitosi e fieri.

Steve McCurry in front of Berlin Wall, Germany, 1989

Una carriera estremamente prolifica ha portato l’artista a pubblicare numerosi libri ed a vincere alcuni tra i più importanti premi della fotografia, inclusa la Robert Capa Gold Medal, il premio della National Press Photographers e per ben quattro volte il primo premio del World Press Photo.

Steve McCurry leans against car during the First Gulf War, Kuwait, 1991

Ma la popolarità di McCurry, soprattutto negli ultimi anni, è inciampata in incidenti di percorso di natura tecnica ed etica. In particolare mi riferisco alla polemica nata nel 2016 durante la sua mostra alla Venaria Reale di Torino, dove risultava evidente un grossolano errore di post-produzione in una delle sue immagini esposte, fatto che ha incoraggiato i detrattori a dubitare dell’integrità e della veridicità del suo lavoro.

Proprio questa tappa italiana di “Icons” è stata il pretesto per raggiungere Steve McCurry per una intervista, nella quale sono emersi il suo pragmatismo, la sua concretezza ed il suo equilibrio.

Come stai affrontando questa emergenza sanitaria, che non permette di viaggiare?

Purtroppo i miei viaggi per i prossimi mesi sono stati tutti rinviati. Tuttavia, sono fortunato ad essere a casa con la mia famiglia. Ho passato molto tempo a giocare con mia figlia.
Inoltre sto lavorando anche a distanza con il mio team su libri, mostre e social media.

Herat, Afghanistan, 1992 © Steve McCurry

La tua biografia racconta che all’università hai studiato prima fotografia e cinema, ma successivamente ti sei laureato in teatro. Come si fondono queste discipline nel tuo processo creativo? Il fotografo è anche regista?

All’università ho studiato cinematografia, ma mi è stato richiesto di seguire alcuni corsi di teatro. Ho seguito alcuni corsi di illuminazione e progettazione di scenografie, che mi hanno aiutato durante tutta la mia carriera di fotografo. La composizione e l’illuminazione sono tecniche che sono state estremamente preziose nel corso degli anni. 

Nuristan, Afghanistan, 1979 © Steve McCurry

In oltre quarant’anni di carriera, com’è cambiata la fotografia e quanto è cambiata la tua fotografia? Quando la tua ricerca è passata dal fotogiornalismo, alla narrazione di storie?

Non fotografo in modo diverso da allora. Viaggio in un luogo, lavoro con la gente del posto e vedo cosa ne viene fuori. Questo è stato abbastanza coerente nel corso degli anni. Quando torno nei luoghi, la familiarità con le persone può essere d’aiuto, ma posso lavorare ovunque. Per quanto riguarda la mia tecnica fotografica, spero di essere divenuto più perspicace. Lavorando in un campo in cui le cose cambiano continuamente, spero di notare la luce, le forme e i disegni che potrebbero essermi sfuggiti in passato.

Per me la fotografia consiste letteralmente nel vagabondare, osservare e raccontare storie, sia che si tratti di ritratti, di comportamenti umani o di come viviamo su questo pianeta. Fin dai miei esordi come fotografo, ho sempre sentito l’influenza di André Kertész, Walker Evans, Henri Cartier-Bresson, le cui opere dimostrano che la narrazione profonda e universale è considerata arte. Si tratta sempre della mia sensazione del luogo e dell’emozione, è il mio punto di vista personale.

Kabul, Afghanistan, 1992 © Steve McCurry

Dopo tutto questo tempo dove trovi lo spirito, l’entusiasmo e la tenacia per scattare nuove fotografie?

Come dice il vecchio detto, se ami quello che fai, non lavorerai mai un giorno nella tua vita. Non riesco a immaginare un modo migliore di passare il mio tempo che esplorare i luoghi e le persone del pianeta.

Nuristan, Afghanistan, 1980 © Steve McCurry

La fotografia in bianco e nero un tempo era l’unico mezzo di espressione, l’avvento del colore ha ampliato gli aspetti creativi e ha aperto nuovi orizzonti.
Può considerarsi questo il motivo del successo delle sue fotografie, immagini che utilizzano la narrazione per raggiungere lo spettatore?


Non ho mai cercato di fare del colore il protagonista assoluto della foto: sono più interessato al contenuto, alla narrazione e alla storia. Il colore è ovviamente qualcosa a cui bisogna prestare attenzione. Deve essere armonioso e penso che nelle foto ci sia bisogno di una certa armonia. Ma le immagini che riguardano solo il colore non mi interessano tanto quanto le immagini di qualche carattere umano.

Peshawar, Pakistan, 1984 © Steve McCurry

Una delle tue immagini più famose, “la ragazza afgana”, è diventata una vera icona della fotografia mondiale, gli occhi di Sharbat Gula hanno unito idealmente lo sguardo tra Oriente e Occidente. Un potere che pochissime immagini hanno avuto nella storia. Come sarà custodita dalle generazioni future, travolte dall’ossessione per il selfie?

Credo che le persone continueranno a rispondere come fanno ora. Indipendentemente dai cambiamenti della tecnologia, della comunicazione e dell’economia, la connessione con l’elemento umano sopravviverà.

Mongolia, 2018 © Steve McCurry

Quali sono i limiti tecnici e artistici oltre i quali un fotografo non dovrebbe spingersi per rendere il suo lavoro trasparente e veritiero?

L’arte non dovrebbe avere limiti, ma se stai facendo un lavoro documentario, dovrebbe riflettere la realtà della situazione.

Rangoon, Burma, 1994 © Steve McCurry

Esiste negli spettatori una consapevolezza della fotografia, che permette loro di discernere tra i livelli di realtà di un’immagine, tra il reportage e l’interpretazione personale?

Una delle cose interessanti della fotografia e del piacere di guardare le immagini è che possiamo trovare la nostra interpretazione, la nostra fantasia sul significato di un’immagine. Penso che alla fine ognuno di noi abbia la propria interpretazione e la propria narrazione di qualsiasi opera d’arte. Un’altra persona non vedrà un’immagine come la vedo io. Così come io non interpreterò mai un’immagine nel modo in cui un’altra persona la vedrà. È un’esperienza del tutto personale.

Inle Lake, Burma, 2011 © Steve McCurry

Senza dubbio la tua fotografia, la tua visione e il tuo stile hanno influenzato, negli anni, generazioni di fotografi. Che consiglio ti senti di dare a chi vuole trovare un proprio stile personale?

Fotografare cose che ti interessano. La fotografia è come le altre discipline: architettura, medicina e musica. Tutte richiedono pazienza, disciplina, duro lavoro e pratica.
È importante per un fotografo lavorare in un ambito che lo interessi e lo appassioni, su un’idea o un progetto specifico. Se instauro un forte rapporto emotivo con il mio soggetto riesco ad ottenere un risultato di successo.

Può la fotografia, ancora oggi, essere un importante mezzo di comunicazione e può cambiare il mondo?

Il potere di un’immagine forte può ancora avere un enorme impatto sulla società. Una fotografia ferma è qualcosa su cui si può meditare. Può bruciare nella tua psiche, mentre l’immagine in movimento vola senza permettere di fermarsi o di riflettere sul singolo fotogramma.

Mirko Bonfanti

Steve McCurry. Icons
a cura di Biba Giacchetti
12 giugno 2020 – 10 gennaio 2021
Palazzo di Città
Cagliari, Piazza Palazzo 6

INFO
museicivicicagliari.it
tel.+39 070 677 6482