Uno strappo alla regola: i collage di Cinzia Aze

Utilizzato anche a scopo pedagogico, il collage resta un gioco estremamente serio. È un’arte sovversiva poiché stravolge l’ordine precostituito delle cose.
I primi riferimenti che vengono alla mente sono i lavori d’avanguardia del Cubismo ad inizio ‘900, passando per John Heartfield che usò il collage come arma satirica contro il Nazismo, applicandosi prevalentemente su materiale fotografico.

Il profondo fascino del collage sta tutto nella possibilità di creare realtà completamente nuove, al modo dei Surrealisti, in un processo lento di decostruzione e ricostruzione. La stratificazione materica e di pensiero inoltre permette di creare un oggetto in copia unica, caro ai collezionisti.

Cinzia Aze lavora di forbici, colla e testa, pescando nel proprio background artistico, che sia musica, cinema, spettacolo. Con sapiente manualità traveste di ironia ritagli orfani di contesto, ricollocandoli in una nuova configurazione.

Come il caso di “Sex Bomb”, un collage su Polaroid trasgressivo e mordace, che troneggia nella mia collezione privata.

Qual è la tua personale storia della fotografia?

Sono autodidatta, innamorata fin da bambina sia dell’oggetto fotografico che delle immagini. Ho fotografato per moltissimi anni senza alcuna cognizione e studio. Da circa 15 anni ho invece approfondito lo studio e ho ridotto drasticamente la produzione, una ‘discesa’ numerica che ha per me il gusto di una buona scalata. Il mio amore per la fotografia passa e si cementifica sicuramente attraverso lo studio per la storia dell’arte. Per questo sia con la fotografia che col collage, tendo a lavorare a opere uniche.

Molti artisti e fotografi del ‘900, come ad esempio i futuristi, hanno utilizzato diverse forme di collage, quasi a dimostrare che questa tecnica sia una necessità creativa. Possiamo affermare che sia un antesignano del fotomontaggio, le relazioni tra fotografia e collage perciò sono molto strette. Come ti si è rivelata la passione per il collage e come convive con la fotografia?

La passione per il collage è nata per caso nel 2015, quando ho realizzato i primi tre collage su Polaroid (in origine dovevano essere dei biglietti di auguri) e da quel momento non ho più smesso di tagliare e incollare. Ho conosciuto solo diversi anni dopo le opere di Matisse, di Picasso e di Braque inerenti al collage.  Sicuramente il collage è considerato un’opera minore rispetto alla pittura, come spesso accade con la fotografia. La mia produzione fotografica, o quella che trovo su riviste e libri, spesso  si sposa al collage. La maggior delle mie opere diventano ritratti manipolati e sospesi in un limbo per metà fotografia e per metà collage.

Hai dei riferimenti artistici sia nella fotografia che nel collage?

A dire il vero, no. Gli autori che amo sono molto lontani dal mio stile, per cui non sono riferimenti che si ritrovano in quello che creo, ma sono autori che mi emozionano per motivi molto differenti. Adoro Sarah Moon, Stephen Shore, William Egglestone, Philip Toledano e naturalmente Gilbert Garcin.

Il tuo approccio è esclusivamente analogico, ti concentri sulla materia e non usi il digitale. La colla unisce mondi apparentemente inconciliabili.Come si sviluppa il tuo processo artistico? Lavori per progetto oppure ti lasci ispirare dagli elementi che trovi e che assembli?

In generale lavoro lasciandomi ispirare dai ritagli ed elementi che assemblo, tutto molto estemporaneamente. Colleziono da anni riviste e libri da sacrificare per il collage e da questi archivi, di solito, faccio una selezione iniziale che comincia col posarli su un grande tavolo o sul mio banco da lavoro e mentre li guardo formo delle coppie fra soggetti che possono essere fusi insieme, e tento delle bozze. Se funziona mi armo di forbici e colla, se non funziona il giorno dopo vengono riposti  di nuovo nelle scatole di archivio. Non butto nulla, ciò che non mi ispirava o interessava 4 anni fa, può farlo ora, quindi difficilmente cestino le immagini ritagliate. Piuttosto credo che restano in attesa di trovare il giusto pezzo ‘mancante’.

Selezione, contemplazione, assemblaggio e ri-configurazione. L’artista rompe per ricostruire. Quale aspetto del processo è quello che prediligi?

Tutti, davvero tutti! Ho una grande passione per il restauro e il recupero, non solo nel collage. Dovendo scegliere, forse la fase più emozionante è vedere che il  frutto del collage non nasce mai da un seme ma da due o più ritagli. Il ‘ricostruire’ mi piace tantissimo, ma solo se si differenzia tanto da quello che era prima; restituisco sempre una nuova vita e un nuovo significato alle immagini che elaboro.

Nei tuoi lavori utilizzi spesso un linguaggio ironico, leggero e colorato. Tu stessa li descrivi come Pop. Ma che denota conoscenza e cultura del mondo dell’arte. Oltre che una abilità manuale che va mantenuta in allenamento. Ci vuoi parlare dei tuoi progetti attuali e futuri?

Come dico sempre ‘adesso metto in pausa i collage e torno un pò alla fotografia pura’ ma poi non lo faccio quasi mai! I progetti di collage non li programmo, aspetto che bussino sulle tempie. Per quello che riguarda la fotografia, vorrei dedicarmi di nuovo ai ritratti analogici come ho fatto per tanti mesi nel 2018, ma ci sono ottime possibilità.

Potete trovare tutti i lavori di Cinzia Aze sul suo profilo Instagram:
https://www.instagram.com/cinziaze

 

Mirko Bonfanti
magazine.discorsifotografici.it