Luogo e identità nella fotografia di Anna Valeria Borsari

Nata a Bazzano (Bologna) nel 1943, Anna Valeria Borsari si forma in ambito umanistico, frequentando la facoltà di Filosofia dell’Università di Bologna e laureandosi con una tesi su André Malraux. A metà degli anni Settanta, da sempre attratta e portata per il disegno e la pittura, affianca la sua attività di docente di Filologia romanza (cattedra che ricoprirà fino al 1997) a quella di artista, facendo confluire nella sua pratica elementi di linguistica, sulla scia delle coeve ricerche concettuali in campo artistico, e riflessioni più filosofiche legate al rapporto tra soggetto e oggetto, tra tempo e spazio. L’utilizzo di diversi media è caratteristico del fare artistico di Borsari, dove tuttavia la fotografia assume un ruolo particolarmente rilevante, nelle opere in cui è utilizzata in modo proprio e autonomo, come in quelle in cui il mezzo fotografico è strumentale alla documentazione degli interventi realizzati nello spazio urbano. 

Tappa cruciale del suo percorso artistico e di vita è la mostra che tiene nel 1977 presso la galleria Studio G7 di Bologna, dove Borsari espone alcune delle opere che da lì in poi avrebbero segnato l’intera sua ricerca. Tra queste, Testimonianze e Chi ha vissuto qui? / Qui è vissuto, entrambe serie fotografiche del 1976 in cui possiamo vedere condensati alcuni temi cardine cari all’artista: il luogo e l’identità. Il primo, quotidiano e manifesto, rappresenta lo spazio personale, denso di implicazioni psicologiche ed emotive testimoniate dalle tracce del vissuto. Al contrario, l’identità, non immediatamente visibile, dissolvendosi si libera del proprio nome e cognome per entrare in relazione con lo spazio-mondo abitato.

Chi ha vissuto / Qui ha vissuto?
Chi ha vissuto / Qui ha vissuto?

Entrando nel vivo della pratica artistica di Borsari, Testimonianze è composta da sei pannelli su cui sono applicate le stampe fotografiche in bianco e nero, corredate da frasi sovraimpresse in alto a sinistra che descrivono tatutologicamente le immagini rappresentate. Le fotografie, per la loro disposizione, seguono una linea cromatica che parte con un bianco preponderante, con solo il dettaglio dell’ombra che fa da contrasto; esso è invece molto marcato nelle tre foto successive, per poi affievolirsi nuovamente nella penultima, dove si perdono i confini tra spiaggia, mare e orizzonte, e definitivamente spegnersi nell’ultimo pannello, in cui non c’è altro che bianco, e in cui leggiamo “ora sono qui. qui:”. L’inquietudine di essere, con l’artista, in un “qui” in cui non c’è nessuno è amplificata proprio dal contrasto che si crea nell’accostare l’immagine del vuoto alle parole che lo contraddicono, che vorrebbero indicare una presenza che in realtà non vediamo. 

Tuttavia, è in questa modalità più evocativa che descrittiva che Borsari utilizza immagini e parole. Come scrive la critica dell’arte Gigliola Foschi nell’articolo Anna Valeria Borsari: da qualche punto incerto apparso su doppiozero, «l’intreccio ‘fotografia-scrittura’ si rivela come un intreccio ‘memorie-autoritratto’ dove l’autrice parte da sé, dalle proprie ferite originarie e profonde. Il suo è un partire da sé che però non si trasforma nell’espressione di una ritrovata e semplicistica identità femminile, ma in un reticente autoritratto capace di resistere a un’interpretazione univoca e di porsi come un’interrogazione. Lontano dall’esprimere solo una riflessione tutta interna alla specificità mediale, il lavoro di Borsari innesca una dialettica che annoda se stessa e l’ambiente, le tracce della memoria e quelle della vita.»1

È in Chi ha vissuto qui? / Qui è vissuto che Borsari si interroga in maniera altrettanto evidente sulle implicazioni tra luogo, identità e vissuto. L’opera si compone di sei stampe fotografiche in bianco e nero raffiguranti i dettagli di uno spazio, presumibilmente un bagno, come suggerisce l’attacco dell’acqua nella seconda foto e la vasca da bagno nella quarta. Quello rappresentato è uno spazio intimo, ma allo stesso tempo collettivamente riconoscibile. È il luogo del bisogno, quello in cui rimaniamo intimamente davanti a noi stessi, ai nostri corpi, al nostro esistere. In questo lavoro di Borsari di corpi non se ne vedono, e anzi lo spazio della fotografia è completamente occupato, quasi soffocato, dai dettagli della vasca e delle piastrelle, in cui le sbeccature e tracce di usura ne testimoniano l’utilizzo. Solo nell’ultima fotografia della serie sembra possibile respirare, come suggerisce la finestra aperta che dà sulla città, sul fuori. Un fuori in cui l’orizzonte appare però dissolversi, come coperto da un denso banco di nebbia.

Particolare di Chi ha vissuto / Qui ha vissuto?
Particolare di Chi ha vissuto / Qui ha vissuto?

Borsari si (ci) chiede chi ha vissuto qui, e si risponde che qui [qualcuno] ha vissuto, la traccia di un’identità che non è l’identità con laI’ maiuscola, ma la semplice presenza. Scrive Borsari nel catalogo dell’omonima mostra tenutasi presso la Galleria del Cavallino di Venezia nel 1977: «La paura di regredire in una totale primitiva indifferenziazione, ed il bisogno di affermare se stessi ed i fatti percepiti come distinti ed integri, può portare tra l’altro alla ricerca di un testimone o in mancanza di esso di segni, tracce, all’interno di un ambiente, che possono appunto testimoniare di un rapporto transitivo e quindi differenziato nei confronti dell’ambiente stesso, e garantire così in qualche modo una costante individualità (sia pure costruita in negativo come un calco) ad un uomo, un animale, un fatto storico o privato. […] Ma questi tentativi di autoaffermazione come azione sul reale per controllarlo operandovi identificazioni alienanti e codificate, sono necessariamente fallimentari, perché si fondano sull’impossibilità di ‘essere’ semplicemente, di rifondersi nell’Altro, e quindi sulla mancata accettazione del fatto che la materia, con cui si vuole in vari modi costruire la propria immutabile immagine, come la materia del proprio corpo, contemporaneamente ‘è’ e ‘si altera’.»2

In Chi ha vissuto qui?/Qui ha vissuto, quindi, Borsari indaga non tanto il ‘chi’ ha vissuto nello spazio domestico, quanto il ‘come’ questa vita si renda manifesta; tracce che non hanno né nome né cognome, ma semplicemente sono, esistono, sono presenti. Luogo e identità, soggetto e oggetto, presenza e assenza: è incerto l’esistente di cui ci parla Anna Valeria Borsari, un esistente che mai si definisce ma sempre lascia tracce.

Luna Protasoni


1. Foschi, G., “Anna Valeria Borsari: da qualche punto incerto”, doppiozero, 15 dicembre 2021 da URL: https://www.doppiozero.com/materiali/anna-valeria-borsari-da-qualche-punto-incerto

2. Borsari, V. A., Opere, Electa, Milano, 1996, p. 42