Nausicaa Giulia Bianchi. “I’m a documentary photographer interested in spirituality and memory”

Giulia Bianchi è una fotografa documentarista e un’insegnante di fotografia. Si interessata al ritratto, alla narrativa visuale e alla creazione di libri. 

Nel 2010 ha frequentato il programma PJ di The International Center Of Photography a New York. Dopo aver portato a termine i suoi studi di fotografia, si è iscritta alla Art Students League per studiare pittura ad olio e ha iniziato a frequentare corsi di filosofia, femminismo, arte ed estetica a Brooklyn. Giulia ha assistito fotografi come Mary Ellen Mark e Suzanne Opton.  

I suoi lavori sono stati pubblicati da The Guardian, National Geographic, Marie Claire, PDN, TIME, American Photo Magazine, Vogue, Huffington Post, La Repubblica, Internazionale.  

Come è nata la tua storia personale della fotografia? 

Ci sono stati un paio di momenti importanti. Conosco molti colleghi che hanno iniziato a fotografare da giovanissimi. In casa mia non c’era un particolare interesse per la fotografia, era pochissima la frequentazione con la macchina fotografica. Intorno ai 23 anni, quando ero architetto software, un mio collega prese parte a un master a Milano a Forma. Nel periodo successivo iniziò a raccontarmi la fotografia come poesia sapendo che io ero un’appassionata di letteratura. Dopo sei mesi di questi racconti comprai una prima reflex, una Canon entry level. Iniziai a usarla con entusiasmo come quando si incontra qualcosa di nuovo, di esotico. Quello stesso anno il mio fidanzato di allora si ammalò cambiando molto fisicamente. Perse capelli, ciglia, sopracciglia, unghie. Mi chiese di scattargli una foto ogni settimana. All’inizio erano sessioni di ritratto molto giocose, nel tempo si sono trasformate in un rituale. Era uno dei pochi momenti in cui si lasciava guardare. Soffriva molto del cambiamento che stravolgeva il suo aspetto fisico. È stata un’esperienza molto forte che mi ha fatto entrare la fotografia sottopelle. È diventata qualcosa che mi prendeva lo stomaco, non era più intrattenimento. Dopo alcuni anni mi traferii in Germania per smaltire la fine della mia relazione. Trascorrevo molto tempo da sola viaggiando tanto e portando la mia migliore amica con me: la fotografia. Intorno ai 30 anni andai dal mio capo per licenziarmi. Volevo andare in America a studiare fotografia.  

New York 2011, ©Nausicaa Giulia Bianchi
New York 2011, ©Nausicaa Giulia Bianchi

Nel tuo sito ti definisci una fotografa documentarista interessata alla memoria e alla spiritualità. Uno dei tuoi progetti più noti è “Women Catholic Priest”, un lavoro sui sacerdoti cattolici donne che sono stati scomunicati dal Vaticano perché disobbediscono a una legge secondo cui solo un uomo può essere ordinato sacerdote. A partire dal 2012 hai visitato 35 comunità viaggiando negli Stati Uniti, in Canada e infine in Colombia. Puoi raccontarci qualcosa di questa tua sensibilità e di questo progetto? 

E sempre molto difficile dare una definizione di sé stessi. In America mi hanno fatto sentire l’urgenza di dover dire chi sono in una frase. Se non lo avessi fatto io, l’avrebbero fatto gli altri. All’inizio quello che si vedeva nei miei lavori era il femminismo. Era facile etichettarmi come una giovane donna fotografa che fa solo lavori femminili. Sparigliai le carte facendo un lavoro sulla Grande Guerra e uno su Gerusalemme. 

Non che io non sia una femminista, certamente lo sono, sono contro il razzismo, gli stereotipi, sono di sinistra e mille altre cose. Questo è il mio bagaglio, ma non è ancora la definizione di quello che faccio. Con la macchina fotografica cerco di indagare il significato delle cose e per carattere sono molto interessata a cose esistenziali. Un po’ come un’eterna adolescente, continuo a farmi domande sui fondamentali. 

Mi chiedo quale sia il mio ruolo come adulto e quindi come essere umano di sesso biologico femminile. Le donne prete cattoliche sono state una parte. Ho anche altri progetti in cui andavo a cercare altre tipologie di donne per imparare da loro fondamentalmente, per imparare che cosa una donna può essere. Che cosa una donna libera può essere. Chi siamo noi come società, chi siamo noi nel nostro passato. L’ultimo progetto a cui sto lavorando è sulla morte. Che cosa significa, o meglio, cosa fanno i vivi davanti alla morte. Uso la fotografia non tanto per trovare risposte, piuttosto per insistere sulle domande. Quindi queste donne prete scomunicate dal Vaticano sono state un grande amore per me. È stato un progetto che è durato otto anni che mi ha cambiato moltissimo come fotografa e come persona. Ho viaggiato moltissimo e ho deciso di darmi delle regole di ingaggio precise dedicando due settimane ad ogni donna raccontata. Stando a casa loro, vivendo la loro vita. Ho visitato 75 donne, sia quelle militanti sia quelle che conducevano una vita estremamente ritirata. Arrivare a queste ultime è stato difficilissimo. Ci sono riuscita perché sono stata raccomandata da altre donne. È stata la frequentazione con loro per anni e anni che ha fatto sì che vi potessi accedere. Alcune di loro non erano affatto interessate al fatto che fossi donna o uomo. Importava loro che fossi cresciuta cattolica e che avessi delle conoscenze approfondite, ma soprattutto che avessi voglia di riaprire queste conoscenze mettendomi in gioco, Questo aspetto ha fatto la differenza. Un’altra cosa molto personale e che per molto tempo non volevo dire è che molte di loro vedevano in me una vocazione, magari espressa in maniera diversa, con le mie foto. Riconoscere questa vocazione mi ha molto unito ad alcune di loro. 

Donna prete nella sua casa, ©Nausicaa Giulia Bianchi
Israele, ©Nausicaa Giulia Bianchi

Il tuo ultimo lavoro, ancora in fieri, è incentrato sul tema dell’educazione alla morte. Perché hai sentito il bisogno di questo racconto? Questa urgenza ha a che fare con il momento storico che stiamo vivendo? 

Solitamente i progetti non li scelgo, mi capitano come l’amore. Sicuramente con il covid c’è stata una serie di lutti, personalmente mi ha toccato in maniera significativa, venendo a mancare diversi familiari e una mia studentessa per una depressione emersa durante il primo anno di covid. Mi ha anche colpita un’esperienza di una donna che per molti anni è stata l’amante di una persona famosa e quando questa è venuta a mancare non ha potuto vivere il lutto. Ho iniziato a interessarmi del lutto interrotto, quando non si ha il permesso o non ci si dà il permesso di vivere il lutto. Il covid ci ha messo in questa situazione. Ho iniziato subito a fare ricerche, a contattare organizzazioni ricevendo spesso risposte di chiusura sull’argomento. L’ estate scorsa le cose sono cambiate, si è tornati a una situazione di quasi normalità e le risposte sono arrivate insieme a spunti e materiale. La mia idea non è solo quella di investigare il lutto, mi interessa il confine tra vita e morte come chi ha avuto esperienza di near death, chi ha avuto gravi incidenti ed è sopravvissuto oppure chi lavora nei reparti oncologici con i bambini. E un progetto con tantissime campionature. Ho avviato una collaborazione con l’Università di Padova dove adesso insegno. Lì esiste un master in death education.  

Death Education, il lutto, ©Nausicaa Giulia Bianchi
Death Education, il lutto, ©Nausicaa Giulia Bianchi

Ho letto che stai studiando e sperimentando l’uso del dagherrotipo?  

Ho sempre usato il banco ottico, ho fatto molta fotografia analogica soprattutto a colori, ho mischiato pellicola e digitale senza particolari problemi. Negli ultimi due anni ho deciso di non fare più digitale, di fare solo pellicola e di fare tutto io. L’idea è di spingere ancora di più e utilizzare le tecniche antiche. La più antica è proprio il dagherrotipo. Non solo l’immagine sta dentro uno specchio. Dentro c’è rame argento e oro e nonostante sia metallo il dagherrotipo è estremamente fragile. Mi piaceva moltissimo questa idea dello specchio con la memoria come è chiamato, questa tensione tra il metallo che immaginavo duro e eterno e un’estrema fragilità che comporta molto lavoro per riuscire a conservarlo. È impossibile riprodurlo in digitale o su carta. E un oggetto unico. Mi piace pensare a me stessa sempre più come qualcuno che fa delle opere di artigianato. 

Non solo utilizzi diversi tipi di immagine, sei appassionata anche di parole in varie forme. Che rapporto hai con il testo? Si tratta di uno stimolo o un ostacolo? 

La letteratura è sempre stata una grande passione. Ogni anno valuto se iscrivermi a qualche scuola di scrittura. Ad esempio nel progetto delle donne prete e in quello di Israele c’è tantissimo testo. Non sono mai riuscita a raffinarlo e metterlo in una pubblicazione. Forse in Israele ho più scritto che fotografato pur avendo fotografato tanto. Probabilmente il fatto di non aver studiato come gestire professionalmente una mole tale di testo mi ha bloccato. Ti faccio un esempio. Ho 18 mila foto, 200 ore di video, 400 ore di audio e 800 pagine di testo per il lavoro sulle donne prete. Cosa ne faccio? Qualche università si è interessata a questo materiale per il suo valore storico. Io avrei voluto realizzare un libro. Oggi questo libro non esiste ancora. Ho fatto lo sbaglio di non fidarmi di qualcuno di esterno per dare una forma a questa immensa mole di materiale. Ora con il testo sono diventata più cauta. Rispetto a qualche anno fa ho abbandonato la fretta, sono tornata a essere totalmente libera. Ci vorranno 6 mesi per imparare a fare un viraggio al rame? Bene, non è un problema. Ho imparato per esperienza e per la cura del mio lavoro che se per un albero di limoni ci vogliono 10 anni, non puoi pensare di fare prima. Lascio al mio lavoro tutto il tempo di cui ha bisogno. Ci metto tutto il mio tempo, però non mi faccio più fretta. Basta alle timeline dei social, dei concorsi, dei colleghi. Sono riuscita a liberarmi di una pressione che era autoindotta. 

Questo bisogno di rallentare che emerge spesso dal tuo racconto è collegato in qualche modo al tuo recente cambio di vita? Ti sei infatti trasferita in un piccolo borgo. 

Questo per me è proprio un percorso di vita, non solo di lavoro. Ho abitato a New York, e mi sembrava di avere i piedi sull’alta tensione tutto il giorno. Sono tornata a Milano. Continuavo a inseguire il momento, essere presente, essere sempre coinvolta, essere all’ultimo festival. Sentivo il cappio sempre più stretto e mi sono ritrovata esausta. Ho deciso di scendere da tutto, di trovare dei nuovi modi per vivere la mia vita creando una relazione con il tempo più serena e soprattutto più libera. Se nella mia vita c’è stato un angelo che mi ha salvato da tutto è stata questa mia ossessione per la libertà. Se devo fare un application a tutti i concorsi in uscita, non posso essere libera.  Se sono in competizione continua con i miei colleghi non posso essere libera. La libertà è diventata il maestro. Ho capito quali sono le cose di cui mi importa davvero. Il mare, la famiglia, il mio cane, i boschi, il cielo. Mi interessa fare cose con le mani, mi interessa la lentezza perché serve a capire. Non mi preoccupo più di quello che fanno gli altri. Ora sono serena. Voglio fare cose nuove con tecniche antiche. Alcune cose che da giovane fotografa mi facevano sentire non brava abbastanza, non di talento, non sufficientemente produttiva, oggi non mi fanno più soffrire. Il conflitto, lo struggimento lo metto nel lavoro, non sul lavoro. 

Famiglia, ©Nausicaa Giulia Bianchi

Famiglia, ©Nausicaa Giulia Bianchi

Attualmente insegni a New York, all’Università di Padova e hai anche creato un tuo programma di insegnamento dal nome “The Soul and the Machine”. Quanto è importante insegnare per te? 

L’insegnamento è una cosa che ho scelto. Non ci sono arrivata per caso. Per il mio carattere, per come sono fatta, quando mi sono trovata a scegliere per non produrre soltanto tra fare la photoeditor e l’insegnante, non ho avuto dubbi. Ho studiato da ICP, l’anno successivo ho fatto da assistente e quello dopo il primo corso da insegnante. Ho fatto molta esperienza, anche a Londra. E mi sono anche messa in proprio. Oggi ho una cosa mia.  

Chi adora studiare adora insegnare. Io volevo essere la prima della classe con il banco attaccato a quello della professoressa. Insegnare fotografia non mi chiede nessun compromesso, come succede con un cliente. Posso dubitare di tutto, provare a capire tutto nell’insegnamento. Di nuovo sono totalmente libera. 

Quando incontro altre persone in cui riconosco esserci quel desiderio, ma non il supporto, la condivisione e gli strumenti, allora sento il bisogno di dare quello che a me non è stato dato senza clonare me stessa. Ogni mio studente è diverso, potenzio quello che già c’è. Ognuno deve svilupparsi a seconda di chi è, deve fiorire come un fiore. Già dal terzo mese ognuno ha un assegnato diverso dall’altro. 

Un’ultima curiosità. Perché il tuo nome di battesimo è preceduto da Nausicaa? 

Un nome capitato e non scelto. Non si trova sui miei documenti. A casa dai miei genitori si giocava ad allestire piccoli spettacoli teatrali e l’Odissea era la passione di mio padre. Ricordo la scatola di pandoro usata come elmo sulla testa. Nel primo romanzo che io ho scritto quando ancora pensavo che avrei fatto lo scrittore, inizio a scrivere di questo personaggio che si chiama Nausicaa. Un giorno rileggendo mi sono accorta che stavo scrivendo della donna che volevo essere. Quel personaggio ero io oggi. Quando a New York mi hanno chiesto come volevo essere chiamata riferendosi alla scelta di un nome d’arte, ho capito che mi chiamavo già Nausicaa. Molti hanno indagato la sua etimologia. Il Presidente della FIAF una volta mi ha presentata facendo un lungo excursus proprio sul nome Nausicaa. Nausicaa è colei che brucia le navi per impedire il ritorno.  

E io non torno indietro, non posso disimparare quello che ho imparato e brucio le mie navi. È proprio vero. 

www.nausicaagiuliabianchi.com

Valeria Valli

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